
La notizia della recente dissoluzione della Chiesa dell'Unificazione in Giappone e in Corea del Sud, a seguito di lunghi e non facili iter parlamentari seguiti a non meno tormentati procedimenti penali, ha evidentemente acuito la suscettibilità di certi noti “pro-sette”, quel vasto parterre di figure della politica, della cultura o dell'attivismo “umanitario” sempre dedite a perorare la causa dei più controversi movimenti religiosi in nome di una presunta e superiore “libertà religiosa”. Ci perplime infatti la contraddizione in cui costoro continuamente annaspano, affondando in sabbie mobili sempre più imbarazzanti: sempre prontissimi a puntare l'indice contro quei paesi che attuino procedimenti giudicati “restrittivi” nei confronti di gruppi come i Testimoni di Geova, Scientology, il Falun Gong o le peggiori sette sataniste, a costo persino di masticare con disinvoltura e senza batter ciglio le più strampalate fake news, non hanno tuttavia mai una sola parola da dire riguardo, per esempio, le discriminazioni al contempo attuate da Israele verso le altre fedi, in un percorso che lo vede abbandonare l'antica laicità verso un più radicato “confessionalismo di Stato”. Diranno forse alcunché del fatto che l'IDF abbia bloccato il Santo Sepolcro impedendo anche alle autorità vaticane, a cominciare dal cardinal Pizzaballa, d'entrarvi? Ovviamente no, perché a farlo si porrebbero in diretto contrasto coi loro superiori, che notoriamente fanno capo a certi ambienti d'oltreoceano e d'oltremanica. Quando troveranno quel coraggio, guadagneranno certamente in credibilità: glielo auguriamo di tutto cuore.
Col dente avvelenato per certe notizie che evidentemente non corrispondono ai loro desiderata, i nostri “pro-sette” sembrano quasi in preda alle manie di persecuzione: tempo fa, ad esempio, nel mondo dell'attivismo umanitario pro-sette ha iniziato a circolare, solo per fare un esempio, la teoria che anche in Africa esista un vasto movimento contro i settarismi, influenzato e modellato dagli schemi già visti in paesi come la Francia, il Giappone, la Corea del Sud o la Cina, o ancora la Russia o la Bielorussia, o chissà quali altri ancora. Insomma, cominciano a vedere il nemico ovunque: non un buon segnale. Per perorare tale causa si fa sempre ricorso ad un singolo e lontano episodio, adeguatamente rivisto a proprio piacimento e “contestualizzato” secondo chiavi di lettura “decontestualizzanti”: un esempio per eccellenza, l'omicidio di dieci persone a Mauritius nel 2004, legato ad una setta americana, Eckankar, sparutamente diffusasi anche nel piccolo Stato insulare. Il lavoro degli inquirenti e dei media, sconvolti da un fatto del genere, mai prima d'allora avvenuto in una comunità tutto sommato tranquilla come quella locale, portò ben presto a parlare di un omicidio-suicidio rituale ad opera di una setta internazionale. Non mancò certamente l'eclatanza anche nel modo in cui la notizia venne diffusa, ma d'altronde quando mai s'erano trovati a Mauritius, in un sol colpo, dieci corpi in avanzato stato di decomposizione nell'abitazione di una guida spirituale?
Per il paese fu un brusco risveglio, anche perché sino ad allora i gravi delitti settari erano avvenuti soprattutto in altre e più travagliate realtà del Continente, dalla Nigeria all'Uganda, dove nel 2000 s'era consumato il drammatico omicidio di massa del Movimento per la Restaurazione dei Dieci Comandamenti di Dio, con l'uccisione di 500 persone, seguaci del pastore Joseph Kibwetere e dei suoi bracci destri, Credonia Mwerinde e Dominic Kataribabo. Quest'ultimo era stato un fatto tanto epocale da portare, per reazione, molti cittadini di Mauritius come di altri paesi africani a pensare che almeno dalle loro parti situazioni tanto estreme fossero a dir poco improbabili. Tre anni dopo, in Kenya, la famigerata Setta del Digiuno, guidata dal pastore Paul Mackenzie Nthenge, iniziò ad uccidere i suoi seguaci portandoli all'inedia nella foresta di Shakahola, con un bilancio inizialmente calcolato in almeno 400 vittime e poi man mano salito con la scoperta di nuove fosse comuni. Tutti episodi, insieme ad altri visti nel resto del Continente (si pensi ai movimenti armati a carattere politico-religioso come l'Esercito di Resistenza del Signore nel nord dell'Uganda, o a quelli di matrice islamo-fondamentalista come Boko Haram nel nord della Nigeria, e così via), che hanno presto ricordato quanto nessuno possa considerarsi indenne a certi mali.
Resta il fatto che nel caso di Mauritius qualcuno vi ha visto della persecuzione verso il movimento Eckankar, ritenuto in quel caso ingiustamente accusato di un delitto non suo. Secondo certe ricostruzioni, l'accusa ad Eckankar sarebbe stata influenzata dall'operato di gruppi anti-sette operanti nella vicina Réunion, dipartimento francese d'oltremare nell'Oceano Indiano meridionale. Trovandosi sotto il governo di Parigi, Réunion non poteva secondo tale tesi non adottarne anche la medesima politica “anti-settaria”, incarnata in primo luogo dall'ente noto come MIVILUDES (Missione Interministeriale di Vigilanza e Lotta contro le Derive Settarie), contro cui guarda caso questi nostri cari “pro-sette” sputano ogni giorno veleno. In base alle loro teorie, il modello africano di lotta alle sette oggi farebbe affidamento proprio al metodo francese venutosi a sancire negli anni soprattutto in autorità come MIVILUDES. E' però una teoria piuttosto debole: che gli operatori “anti-sette” nelle varie nazioni africane, pubblici o privati che siano, facciano riferimento anche all'ormai cospicua documentazione elaborata nel tempo dagli studiosi francesi è del tutto normale, per il semplice fatto che anche alla loro esperienza debbono far affidamento per gettare le fondamenta del proprio lavoro in patria. Non si parte mai da zero per nessuna cosa si voglia fare: occorrono dei punti di riferimento. Sempre per lo stesso principio, costoro fanno affidamento anche a studi provenienti da altre parti del mondo, dall'Asia ai paesi anglosassoni, dal mondo arabo o ancora da altri paesi europei. A renderlo ancor più necessario è il fatto che spesso si trovino ad operare non soltanto contro sette “autoctone”, e pertanto inedite in altre parti del mondo, ma anche contro sette provenienti dall'estero, asiatiche od occidentali.
Episodi come quelli che abbiamo raccontato, a partire dai casi in Uganda, Kenya e Mauritius, a tacer di quanto poi visto in seguito con l'affermarsi di nuove sigle legate al Cristianesimo evangelico o all'Islam fondamentalista, in tutta l'Africa subsahariana, hanno rappresentato dei bruschi risvegli per paesi che fino a quel punto vedevano nelle loro principali priorità la lotta contro la fame, le malattie e l'instabilità politica. Ben presto ci s'è accorti che il nemico poteva annidarsi anche in altri mali, che non fossero unicamente quelli con cui l'Africa aveva dolorosamente convissuto per tutti gli anni seguenti alla prima ondata di decolonizzazione, post-1960. Ecco perché soprattutto nei paesi che avevano guadagnato una stabilità politica, dopo lunghi e travagliati periodi d'incertezze interne, le autorità hanno prontamente agito perché nulla, neanche sotto le mentite spoglie della religione, potesse riaprire la pagina delle guerre civili, delle milizie armate e del crimine politico: casi come l'Uganda e il Ruanda sono i primi da citare, con la seconda che addirittura ha rapidamente chiuso ben 7000 organizzazioni religiose indipendenti in un sol colpo. Per quanto l'opinione di molti, anche africani, sul conto del Presidente ruandese Paul Kagame non sia dei più lusinghieri, viste le sue connivenze con gli M23 che nella vicina Repubblica Democratica del Congo si coprono di gravi crimini contro la popolazione e perpetrano il furto di minerali preziosi come quelli critici, il merito d'aver provveduto alla rapida chiusura di chiese evangeliche e gruppi di predicazione islamista entrambi molto “chiacchierati” gli va riconosciuto. Se in Europa uno statista mettesse al bando tutti i movimenti satanisti, stiamo pur certi che troverebbe ben pochi biasimi.