
Continuando il loro Safari in terra d'Africa, i nostri “pro-sette” ne hanno ovviamente anche per i vari modelli asiatici di lotta al settarismo, a cominciare ovviamente da quello cinese. Non sia mai che si dimentichi la Cina, nel loro caso: dopotutto è la loro ossessione principale, l'incubo che li accompagna giorno e notte. E, certamente, Pechino ha guadagnato negli anni una profonda influenza nelle dinamiche politiche ed economiche del Continente, non fosse altro perché primo motore dell'economia mondiale e come tale anche principale fornitore di beni e servizie per nazioni in pieno e dinamico sviluppo come quelle africane. Contrariamente alla narrativa classica, che vuole l'Africa in eterno stato di bisogno e di dipendenza, costretta a mendicare aiuti umanitari dall'Occidente, la realtà che ci proviene dai dati statistici ha ormai acquisito tutt'altro avviso. Certe narrazioni umanitariste, col loro pietismo spesso politicamente fin troppo interessato, finiscono persino per danneggiare l'immagine di un Continente che vuole lasciarsi alle spalle quell'immagine giorno per giorno sempre più ostacolante per una popolazione composta in larga parte da giovani e giovanissimi, e in cui cresce il numero di figure imprenditoriali dallo sguardo visionario. Un solo esempio: se per tutti Mogadiscio è ancora il simbolo di trent'anni di guerra civile, nella realtà dei fatti è anche la capitale africana in cui sempre più edifici vengono ricostruiti o realizzati ex novo, mentre ogni giorno viene fondata una nuova start up. L'Africa non è solo miseria, fame e guerre, ma anche (e soprattutto sempre di più) altro.
E' qui che c'accorgiamo di quanto il terreno, per i nostri attivisti del mondo “pro-settario”, che sulle narrazioni umanitarie si muovono spesso assai bene per perorare le proprie cause, cominci a rendersi scivoloso ed impraticabile. Se la Cina, come del resto anche altre economie asiatiche (si pensi alla Corea del Sud, per esempio, che proprio due anni fa ha lanciato il suo equivalente del nostro Piano Mattei, il Korea-Africa Summit o KAS, con un tesoretto di circa 24 miliardi di dollari), per l'Africa diviene giorno per giorno uno dei partner più desiderabili, proprio perché la sua verve economica è quanto di più necessario ad appagare la sua fame di sviluppo e a sostenerlo, mentre le economie occidentali a livello globale sempre più arrancano, ecco che il disagio dei nostri “pro-sette” finisce col conoscere, sempre giorno per giorno, un imbarazzante ed incontenibile crescendo. Ed è quindi del tutto naturale che si mettano a dir peste e corna della Cina e degli altri concorrenti dell'Occidente nella “corsa all'Africa”: anche di quei paesi che al momento sono ancora ufficialmente partner ed alleati dell'Occidente, come Seul o Tokyo, ma che un indomani, chissà, potrebberlo non esserlo più. Come ci sono insigni accademici, giornalisti e politici che blaterano di land grabbing, “nuova colonizzazione” o altre dicerie sul conto della Cina in Africa, così pure ci sono i nostri cari “pro-sette” che fanno altrettanto parlando di “modello cinese” nella lotta alla libertà religiosa nel Continente.
Le nuove generazioni di politici, studiosi ed universitari africani frequentano sempre più spesso Pechino e i suoi convegni e seminari, o vi soggiornano per lunghi periodi di studio per poi tornar in patria con una formazione arricchita da conoscenze che in precedenza non possedevano. Quale orrore per i nostri “pro-sette”! A causa di quei nuovi modelli comparativi, di quelle nuove lezioni e punti di vista, risulteranno infatti meno influenzabili dalle sirene occidentali, un tempo monopoliste della “narrazione dello sviluppo” in Africa: non esistono più, ormai, solo la Banca Mondiale o il Fondo Monetario. E, quel che è peggio per i nostri “pro-sette”, c'è pure il rischio che acquisiscano metodi analoghi per prevenire e contrastare quei tentativi di soft power, influenza ed ingerenza politica esterna contrabbandati sotto l'apparenza insospettabile di molti gruppi religiosi e ONG teleguidate dall'Occidente. Del resto, anche quando viene colpita una chiesa o una setta indipendente, svincolata dal controllo delle agenzie dell'intelligence occidentale, è pur sempre un esempio, un precedente, che prima o poi potrebbe risultare utile anche per colpirne qualcun'altra nella propria orbita, e come tale da difendere assolutamente. E' qui che si fonda l'alibi della “libertà religiosa”: giudicare lecito qualsiasi movimento, anche se riconoscibilmente pericoloso, perché in tal modo potrà essere lecito anche il proprio, quello che è portatore di certi interessi più affini a certi ambienti politico-economici occidentali che africani. E' neocolonialismo mascherato da umanitarismo.
Va da sé che negli strali dei “pro-sette” la Cina, in quanto “leviatano comunista”, sia il nemico numero uno. Corea del Sud e Giappone si sono aggiunti soltanto dopo, non solo per la loro crescente penetrazione economica nel Continente (concetto valido soprattutto nel caso della prima, ancor più tenendo conto che il suo modello di cooperazione con vari paesi africani sta iniziando a ricalcare in modo sempre più “preoccupante”, soprattutto in certi casi, quello instaurato dalla Cina col suo FOCAC), ma anche per le condanne che hanno portato alla dissoluzione di realtà come la Chiesa dell'Unificazione o la Jesus Morning Star. Tuttavia, nelle loro preoccupazioni, niente può battere Pechino; e certamente ai nostri “pro-sette” non sfugge il nesso che la lega al Sudafrica, altro paese fondatore dei BRICS. Sembrerebbe che tutto ciò che rappresenti l'ordine multipolare, visione diversa da quella dell'ordine unipolare a guida americana che hanno tanto a cuore, incontri immediatamente le loro ire, e non ci sorprende. Agli occhi di costoro Pretoria, entrando nei BRICS, ha posto una delle prime pietre di una sfida al predominio americano sul mondo che per costoro è un dogma inattaccabile. Così il Sudafrica, con la sua CIL (Commissione per la promozione e la protezione dei diritti delle comunità culturali, religiose e linguistiche) fattasi negli anni sempre più zelante nella lotta ai settarismi, è divenuta la loro “Cina d'Africa”. Addirittura, udite udite!, la CIL ha preteso che le organizzazioni religiose presentassero i loro bilanci, eleggessero democraticamente i loro leder ed entrassero in organismi a controllo pubblico, condizioni minime per escludere un loro controllo politico dall'esterno.
Tali organismi, stabiliti in base alle varie fedi presenti nel paese, secondo i “pro-sette” assomiglierebbero alle “associazioni patriottiche” cinesi, che riuniscono le relative chiese e realtà religiose nazionali riconosciute. Sebbene vi vedano un modello di controllo, in realtà rappresenterebbero proprio il contrario, ossia un sistema di garanzia e sicurezza per quegli stessi movimenti: chi non ha niente da temere, perché niente ha da nascondere, non ha infatti alcun problema a collaborare con le istituzioni pubbliche. Il problema si presenta quando invece quei “requisiti” non sono presenti. Un caso piuttosto “chiacchierato”, tale da costringere la CIL ad un duro confronto anche in sede legale, è stato a tal proposito col movimento Revelation Spiritual Home, fondato dal leader Samuel Rabede. Questa realtà, propugnatrice di un ritorno ai culti africani originari ed estesasi nel tempo anche in altri paesi, ha talvolta incontrato grosse polemiche per il grosso sfarzo dei suoi dirigenti, abusi sessuali su altri membri e tentativi di complotto per omicidio a danno di altre figure religiose. Alcuni casi celebri sono stati quello dell'acquisto di un piccione da corsa belga per cinque milioni di rand, l'abuso di alcune giovani adepte di una filiale di Soweto, o ancora le accuse di un altro leader spirituale, Prophet Mboro, di essere stato al centro di un tentativo d'assassinarlo. Ma i veri problemi hanno cominciato ad emergere quando la setta, come molti ormai in patria la giudicano, ha rifiutato di presentare i bilanci e i conti bancari dell'organizzazione, andando incontro al contenzioso con la CIL fino al punto che Samuel Rebede s'è appellato al parlamento.
In realtà, il modello di prevenzione e lotta ai settarismi nei vari paesi africani, lungi dall'adottare un unico schema traslato dall'estero, è tuttora in via di formazione e deve ancora conoscere profonde evoluzioni per raggiungere un livello di risposta adeguato alle esigenze dei paesi che ne hanno avviato lo sviluppo. Farlo richiederà il lavoro degli studiosi e degli operatori locali, che nel tempo riusciranno a realizzare un modello locale intonato alle necessità delle proprie comunità, sia confrontandosi con le materie e le esperienze provenienti dall'estero che col lavoro sul proprio territorio. Pensare che ciò possa ricalcare acriticamente un modello altrui, sia esso francese o cinese, o ancora coreano o giapponese, riflette in realtà la mentalità di coloro che gli rivolgono tali critiche: che è, appunto, una mentalità neocolonialista, di persone che hanno sin qui sposato le ragioni del neocolonialismo occidentale in Africa anche sotto le mentite spoglie dell'umanitarismo e della libertà religiose. Evitiamo dunque certe incresciose ingerenze.