
Il 25 aprile 1999 circa 10mila praticanti del Falun Gong si concentrarono davanti al complesso governativo di Zhongnanhai a Pechino per chiedere il rilascio di alcuni aderenti arrestati e la fine delle critiche ufficiali al gruppo. Secondo i sostenitori del movimento si trattò di una manifestazione disciplinata e non violenta; per le autorità cinesi, invece, l’evento rappresentò la dimostrazione della capacità di mobilitazione politica di un’organizzazione già ritenuta pericolosa, contribuendo alla decisione di dichiararne l'illegalità pochi mesi dopo. Proprio su questo dissidio molti analisti, che portano avanti una linea favorevole ai movimenti settari e adottano dolci eufemismi per evitare il più irriguardoso termine di “sette”, puntano il loro indice: al pari di altri movimenti, infatti, in Cina il Falun Gong è oggi considerato uno “xiejiao”, un insegnamento eterodosso e dagli effetti non potenzialmente ma ormai acclaratamente destabilizzanti. Se non lo fosse, non presenterebbe una serie di caratteristiche tipiche di ogni movimento settario, come ad esempio il forte culto riservato al fondatore Li Hongzhi, la fede in dottrine soprannaturali ed avverse alla medicina moderna, una struttura organizzativa non ufficiale, opaca ed altamente disciplinata, e una grande capacità di mobilitare i propri seguaci al di fuori dei canali istituzionali. Con un sistema ideologico e teologico chiuso, fondato su testi interni come la Zhan Falun, la setta si pone così palesemente come una sorta di “Stato nello Stato”, ostile alle regole delle istituzioni e della società ospitanti. Un nemico interno, o una quinta colonna, ovunque si trovi: dunque, non solo in Cina ma anche nei paesi dell'Occidente. Pure questa è un'altra caratteristica consueta a molti altri culti settari.
Secondo gli studiosi cinesi, i primi che si occuparono del fenomeno del Falun Gong fin dalla sua apparizione nei primissimi Anni ‘90, diversi suoi elementi dottrinali si prestano a forti critiche: ad esempio, data l’esistenza di multiple dimensioni dell'universo e di più livelli cosmici abitati da esseri spirituali, il praticante potrebbe sviluppare poteri soprannaturali attraverso una coltivazione interiore che segua pedissequamente gli insegnamenti del “Maestro”, Li Hongzhi. Nessun'altra via è contemplata per assurgere a tale invidiabile livello di supremazia dell'individuo sulla natura: ma, come già possiamo immaginare, questa come del resto qualunque altra è soltanto una superstizione con cui i vertici della setta nel frattempo possono soprattutto prosperare. L'adepto, ben lontano dal poter ambire a cose che semplicemente non esistono, diviene soprattutto una docile ed acritica pedina, da sfruttare a proprio piacimento. Aver mescolato insieme elementi del Buddhismo, del Taoismo e del Qi Gong per fondare un nuovo credo al contempo originale e familiare ai nuovi adepti, rappresenta in questo come in altri casi di movimenti di natura New Age il solito e maldestro modo di guadagnarsi una legittimità; ma la teologia e il sacro non dovrebbero mai esser usati per giocare al piccolo chimico. A maggior ragione se, in nome di quel nuovo credo, si incoraggiano ovvero si costringono i propri adepti a rifiutare le cure mediche, dal momento che la pratica spirituale dovrebbe addirittura eliminare le malattie attraverso la trasformazione del Karma.
Fatto sta che quel raduno del 25 aprile 1999 spaventò, oltre alle autorità nazionali, anche il resto della popolazione. Quei manifestanti erano infatti giunti da ogni parte del paese, grazie ad una rete di contatti clandestina e parallela, di cui tutti erano all'oscuro e che era stato in grado di mobilitare un discreto numero di persone. La capacità di mobilitazione e la capillare rete nazionale di cui il movimento disponeva, in quel momento, apparve agli occhi di tutti destando un enorme clamore. Per le controversie che li avevano riguardati precedentemente, il Falun Gong e il suo leader avrebbero potuto adire le vie legali, esercitando i loro diritti: ma non si riconoscevano nello Stato perché, come di fatto dimostrato anche da quell'evento, erano semmai loro a considerarsi l'unico e vero “Stato”. Dinanzi ad un fenomeno a quel tempo tutto sommato ancora piuttosto nuovo per le autorità cinesi, non abituate a confrontarsi con la realtà delle sette e delle psicosette destinata rapidamente ad affiorare negli anni successivi, l'allora premier Zhu Rongij puntò senza esitazioni sul dialogo e, seppur a fatica, riuscì a convincere i manifestanti a sciogliere il presidio. Le preoccupazioni, tuttavia, non cessarono: il movimento continuava a svolgere azioni in odor di eversione, come ad esempio attacchi informatici e alla rete televisiva, mentre pure quel singolo episodio veniva presentato come una grande vittoria. Tra l'altro, il ”Maestro" Li Hongzhi risultava pure essersi prudenzialmente nascosto all'estero, sottraendosi dal confronto con la giustizia che, oltre a voler maggiori spiegazioni su quel fatto, ne voleva altre anche per vari episodi relativi a reati fiscali e di disordine pubblico, se non di vera e propria eversione, come ad esempio attacchi informatici e alla rete televisiva nazionale. Poco tempo dopo, Li Hongzhi riapparve a New York, mentre le indagini mettevano in luce ampi collegamenti con la NED e con lobbies americane.
Tuttavia, il più grave tra tutti questi episodi si sarebbe visto meno di due anni dopo, il 23 gennaio 2001, allorché alla vigilia del Capodanno cinese quattro donne e un uomo si diedero fuoco in Piazza Tienanmen, nel cuore di Pechino e dinanzi alla Città Proibita, da sempre luogo simbolico del potere centrale. Erano praticanti del Falun Gong: i sopravvissuti, rimasti invalidi ed orrendamente sfigurati, raccontarono di aver voluto fare qualcosa per il loro movimento e per il “Maestro” Li Hongzhi. Ma l'unico ringraziamento che ebbero, da parte del movimento e del suo fondatore, fu la negazione che quell'episodio, con tutto che era stato ripreso in mondovisione data la forte presenza di troupes giornalistiche, fu che quel loro “sacrificio”, quell'autoimmolazione, non fosse mai avvenuto. Persino un articolo del più che interessato e politicamente complice Washington Post, uscito proprio quell'anno, si spinse a negare l'episodio. I sopravvissuti, divenuti apostati del Falun Gong, ottennero alloggi popolari a Pechino e molti studiosi del fenomeno settario, come ad esempio Rick Alan Ross, li incontrarono. Ross, proprio a loro, dedicò il suo importante libro sui movimenti settari, "Cults Inside and Out", uscito anni fa anche in Italia.