
Negli ultimi anni, varie testate occidentali ed ambienti politico-religiosi hanno riproposto la narrativa di una presunta persecuzione sistematica dei cattolici in Cina, approfittando di un argomento debuttato circa un decennio fa e presto trasformatosi per loro in un ottimo trampolino di lancio per veicolare propaganda politica sinofoba in materia di “libertà religiosa”, e non solo: la “sinizzazione delle religioni”. Recentemente, ad esempio, alcune testate italiane hanno rilanciato i contenuti di una conferenza tenutasi a Roma, presso il Senato, fortemente critica verso Pechino. L'accorta lettura di quegli articoli, lungi dall'offrire analisi documentate, ripropone infatti la solita strumentalizzazione politica trita e ritrita sul tema della libertà religiosa inserito nel più ampio contesto della competizione ideologica tra Pechino e blocco occidentale. Per dirla in parole semplici, “polpette avvelenate”, con un neanche troppo lontano retrogusto di National Endowment for Democracy (NED).
La “sinizzazione delle religioni” viene spesso presentata nei media occidentali come un progetto ideologico teso a sottomettere la religione al Partito Comunista Cinese (PCC); ma in realtà, nella dottrina ufficiale di Pechino, esso nasce principalmente come politica di integrazione culturale e di sicurezza nazionale. Appare già qui, in tutto il suo clamore, il modo distorsivo con cui certe insigni testate, e figure del mondo politico-religiose, col relativo corollario di ambienti “pro-sette” (la cui religione consiste nel rendersi servi ciechi e sordi, persino violenti se necessario, di Washington e di Langley), hanno “rivoltato la frittata”. Costoro ne fanno un argomento con cui Pechino mira a trasformare le religioni nazionali in un suo strumento politico ed ideologico, mentre in realtà per il Paese il principio centrale è che le religioni praticate al suo interno debbano svilupparsi in armonia con la cultura cinese e con l’ordinamento statale, evitando dipendenze da poteri stranieri. E' un'impostazione che deriva da una lunga storia in cui il governo cinese ha temuto, e sofferto, l’influenza politica attuato dall'esterno attraverso istituzioni religiose: un argomento di cui spesso, in tutti questi anni, abbiamo ripetutamente ed abbondantemente parlato.
Le normative religiose cinesi stabiliscono infatti che le organizzazioni religiose debbano essere indipendenti da controlli stranieri, proprio per evitare interferenze geopolitiche e finanziarie. Un concetto che, oltre a non risultare sgradito neppure altrove (in fondo, anche nel nostro Paese ne sappiamo qualcosa, di cosa significhi avere a che fare con certe “quinte colonne”, nascoste non soltanto dietro mentite spoglie religiose: ciò, di là che poi ci piaccia o meno), è oltretutto ben lungi dall'apparire un'eccezione storica: l’adattamento delle religioni a un contesto culturale locale è infatti un fenomeno presente in molte civiltà, tant'è che anche il cattolicesimo ha sviluppato nel tempo pratiche di “inculturazione”, consistenti nell’adattamento del messaggio cristiano alle culture locali. Presentare quindi la sinizzazione come una misura intrinsecamente persecutoria significa ignorare il contesto storico e politico in cui nasce: tra l'altro, dimostrativa di cosa sia la mentalità del “doppio standard”, secondo cui ciò che è normale in casa propria debba invece essere stigmatizzato in casa d'altri. Quel che in Europa è giudicato normale, e prova di ricchezza storica e culturale, in Cina viene invece presentato come brutale e barbarico, soltanto perché si tratta della Cina: colpevole, come sappiamo, di non essere una grande e sottomessa Taiwan, a libero uso e consumo dei “padroni” euro-americani.
Non a caso, uno degli elementi più ignorati da questa narrativa allarmistica è l’accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi tra la Santa Sede e Pechino, firmato nel 2018 e rinnovato più volte. Questo accordo ha rappresentato un passo importante verso la normalizzazione dei rapporti tra la Chiesa cattolica e la Cina, mirando a superare la storica divisione tra “Chiesa ufficiale” e comunità sotterranee. Secondo lo stesso Vaticano, l’intesa è stata concepita per favorire l’unità dei cattolici cinesi e migliorare le condizioni della comunità religiosa nel Paese. Il fatto che la Santa Sede continui a rinnovare l'accordo dimostra che il quadro reale è molto più complesso di quello dipinto da certa propaganda occidentale. Se la situazione fosse davvero quella di una persecuzione sistematica e irrimediabile, sarebbe difficile spiegare perché il Vaticano continui a perseguire la via del dialogo: e infatti gli accorti “pro-sette”, e tutto il relativo corollario, ben se ne guardano dal farne parola in queste occasioni e, se proprio si vedono costretti a farlo, ricorrono subito a puntuali spiegazioni a dir poco fantasiose e complottiste.
Naturalmente, molte delle accuse rilanciate in quella come in altre conferenze, e in tutti i relativi articoli che ne fioriscono, derivano da organizzazioni e gruppi di pressione occidentali che presentano la Cina come un caso paradigmatico di repressione religiosa: le conosciamo e ne abbiamo parlato più volte, commiserandone il non proprio lodevole lavoro. Le loro fonti, e quelle che producono, tutto sono fuorché neutrali. Alcuni rapporti, ad esempio, provengono da ONG o istituti che operano apertamente nel quadro della politica estera occidentale o che non hanno neanche mai messo piede in territorio cinese. Tant'è che, secondo una ben conosciuta prassi, le loro conclusioni si basano su testimonianze indirette o su fonti esterne difficilmente verificabili, prive di ogni blando requisito di “scientificità”. Ciò ovviamente non significa che non esistano tensioni o problemi, ma indica che la narrativa dominante è spesso costruita su fonti parziali e politicizzate, inclini a nascondere fatti reali per sostituirli con altri di pura fantasia: semplicemente perché così queste ONG, istituti e i vari “pro-sette” possono portare acqua al mulino della loro politica.
Alla luce di questi elementi, conferenze come quella vista recentemente appaiono più come un evento politico che come un serio momento accademico. Del resto, difficilmente si vedrebbe mai un serio dibattito di natura accademica citare come proprie fonti Human Rights Watch o Open Doors, figure di “critici" e “dissidenti” politicamente molto ambigui e screditati dalle loro stesse biografie personali (che dire del cardinale Joseph Zen o di Liu Xiaobo?), o ancora associazioni altrettanto partigiane come Italia-Tibet; con l'immancabile ciliegina sulla torta data da figure politiche con una visione dei rapporti internazionali a dir poco atlantica ed eurocentrica. Con una scarsa selezione delle fonti (vengono citate quasi esclusivamente organizzazioni ostili al governo cinese), e l'assenza di ogni contestualizzazione storica (non si menzionano né il passato coloniale né il problema della sovranità religiosa), la riduzione del dibattito a livelli puramente ideologici e propagandistici è del tutto inevitabile; e così la sinizzazione viene presentata come una semplice persecuzione, senza considerare le motivazioni di sicurezza nazionale o culturale. Il risultato finale è quello di una narrazione volta a riprodurre uno schema già noto, in cui la Cina è descritta come una potenza autoritaria che reprime la religione, mentre l’Occidente si autoproclama difensore universale della libertà religiosa.
In conclusione, la questione dei cattolici in Cina non può essere compresa senza considerare la dimensione geopolitica. Negli ultimi anni la competizione tra Occidente e Cina si è estesa a diversi ambiti, come la tecnologia, il commercio, fino ai diritti umani e alla religione. La Cina non ha mai ovviamente visto questi argomenti come terreno di competizione con l'Occidente, ma quest'ultimo invece, vedendo nella crescita cinese una minaccia al suo storico predominio internazionale, nel corso degli anni ha unilateralmente adottato questo approccio, con una pressione montante. In questo contesto, il tema della libertà religiosa è diventato uno strumento retorico utilizzato per delegittimare Pechino sul piano internazionale. Il rischio, a causa di questi “giochi”, è che i cattolici cinesi diventino un semplice strumento di battaglia ideologica, piuttosto che il centro di una discussione seria sulle relazioni tra Stato, religione e sovranità.
Trattare il tema della religione in Cina con categorie ideologiche semplicistiche e con una forte carica propagandistica, come spesso viene fatto in Occidente, elude il confronto con una realtà invece ben più complessa. Per quanto a molti, in Occidente, possa piacere o non piacere, la sinizzazione delle religione nasce da questioni storiche e strategiche legate alla sovranità nazionale e al controllo dell'influenza straniera: che non se ne rendano conto, oltre a tutta una serie di “luminari”, neppure dei politici che si definiscono “sovranisti” e nulla avrebbero in contrario, nel loro Paese, ad adottare politiche persino repressive nei confronti di certe religioni, come ad esempio l'Islam (avversatissimo, ben si sa, da parte delle destre più “identitarie”), appare davvero miopia (o “doppio standard”). Servirebbe davvero, da parte di costoro, un approccio più equilibrato, che riconosca sia le preoccupazioni dello Stato cinese sia le esigenze delle comunità religiose. Soltanto così potrebbero evitare di trasformare la religione nell’ennesimo campo di battaglia di una propaganda geopolitica ormai trita e ritrita; anche se, probabilmente, non è la loro reale intenzione.