Siamo abituati a veder nascere tante neoreligioni, ogni giorno, per non dir proprio neosette o neocorrenti settarie. L'AI, sotto quest'aspetto, ha stimolato molte menti labili a dar vita a delle neoreligioni tecnologiche, a delle tecnoreligioni o meglio ancora dovremmo dire tecnoidolatrie. Ci consentano i lettori l'uso di questi neologismi, in ogni caso assai intuibili, dacché dinanzi ad una frontiera nuova, dopotutto, ci troviamo. Non sarà passato inosservato, ad esempio il recente manifesto in 22 punti pubblicato da Palantir, sintesi del volume The Technological Republic di Alex Karp e Nicholas Zamiska; chi avrà letto il nostro precedente articolo sull'ultima enciclica papale, Magnifica Humanitas, saprà quanto questo documento si muova in una direzione che le è diametralmente opposta. Siamo ormai davanti a quello che molti analisti definiscono il manifesto programmatico di una vera e propria setta tecnocratica, propugnatrice di una visione in cui la democrazia non è difesa coi valori o la diplomazia, ma ricorrendo al monopolio della forza algoritmica e all'imposizione di un hard power tecnologico e globale. Le implicazioni in chiave gepolitica sono già qui fin troppo evidenti.
Se nelle cancellerie internazionali l'appello di Papa Leone XIV contro la militarizzazione dell'AI nel conflitto in Iran continua tuttora a suscitare profondi e spesso anche graditi richiami, quella calata dal colosso dei big data Palantir suona come una scure ideologica, un severo richiamo all'obbedienza all'interno di un comunque chiaro “quadro d'alleanze” dove, nell'ambito dell'emisfero occidentale, gli Stati Uniti e le loro grandi compagnie finanziarie e tecnologiche rappresentano molto più di un primus inter pares. L'azienda guidata da Alex Karp traccia infatti la fisionomia di un nuovo ordine mondiale dove la tecnologia non è più uno strumento al servizio dello Stato, ma l'ossatura stessa della sovranità e della sopravvivenza dell'Occidente, marcatamente intese come supremazia. Contrariamente a Papa Leone XIV, che invoca una moratoria sulle “armi autonome” per salvare l'umana coscienza, Palantir rivendica l'inevitabilità della “guerra algoritmica”, ponendola come discrimine fondamentale tra la sopravvivenza della civiltà occidentale o la sua regressione, intesa come declino della sua supremazia politica, economica e militare.
Il manifesto di Palantir ha il suo cuore filosofico su un'idea di realismo tecnologico che annulla ogni dibattito etico. Ad esempio, al punto 5, il documento testualmente recita: “La questione non è se le armi dotate di AI verranno costruite, ma chi le costruirà e per quale scopo”. Se Papa Leone XIV ha lodato Anthropic, altra compagnia americana, per la sua obiezione di coscienza e il rifiuto di collaborare col Pentagono nella guerra in Iran, Palantir al contrario stabilisce al punto 1 che la Silicon Valley ha un “debito morale” e un “obbligo affermativo di partecipare alla difesa della nazione”. Vale a dire una militarizzazione delle tecnologie nazionali che non prevede alcuna possibilità d'obiezione morale. Tant'è che, in netta contraddizione con le parole di Leone XIV, nel testo di Karp il rifiuto di militarizzare l'AI non viene visto come un atto di superiorità morale, ma come una forma di “unilaterale disarmo suicida”. L'argomentazione adottata pare in questo senso in netta continuità con la tipica retorica e mentalità della Guerra Fredda, riscritta però con un codice binario: “I nostri avversari non si fermeranno ad indulgere in dibattiti teatrali sui meriti dell'AI militare. Loro procederanno”.
Ma l'aspetto forse più settario ed inquietante del manifesto risiede nella sua declinazione geopolitica e culturale. Mentre l'enciclica Magnifica Humanitas si rivolge all'intera famiglia umana, promuovendo il “Bene Comune” e il superamento delle logiche dei blocchi, il punto 21 del testo di Palantir non usa mezzi termini nel sostenere che “Alcune cultura hanno prodotto progressi vitali; altre rimangono disfunzionali e regressive”. Siamo di fronte a una declinazione digitale del vecchio etnocentrismo occidentale, una sorta di “tecnofascismo” che divide il mondo in fazioni gerarchiche. L'AI non serve ad unire o a sviluppare, ma a tracciare una linea di demarcazione tra chi possiede l'eccellenza computazionale (inteso come l'Occidente, guidato dagli apparati americani) e il resto del mondo, implicitamente considerato inferiore o minaccioso (con la Cina come principale antagonista sistemico). La tecnologia diventa così il nuovo standard di legittimità per esercitare il dominio globale.
L'applicazione pratica di questa dottrina si riflette direttamente nei teatri di guerra moderni, come quello iraniano in primis. Mentre Leone XIV ha denunciato il "targeting predittivo" e i sistemi che permettono stragi automatizzate definendoli una deumanizzazione che cancella il pentimento, il manifesto di Palantir esalta lo spostamento dal soft power (diplomazia, cultura, ecc) all'hard power tecnologico. In tal sede, l'AI diventa così uno strumento di dominio informativo assoluto (forte di sistemi in grado di processare dataset sterminati per anticipare le minacce ed ottimizzare la catena di comando e di attacco) e di efficienza letale (come infatti evidenziato dai critici del manifesto, la “filosofia” di Palantir tratta la logistica della carneficina con la stessa fredda efficienza computazionale con cui si gestirebbe la catena di distribuzione di un supermercato. In pratica, se i sistemi di puntamento permettono ad un singolo soldato di valire decine di bersagli all'ora con pochi clic, per Palantir si tratta di “progresso”, mentre per la Santa Sede è l'apocalisse della morale).
Il manifesto di Palantir, comunque, non si limita ai soli spazi e confini geopolitici, ma si estende anche alla vita civile interna degli Stati, teorizzando l'estensione della deterrenza algoritmica anche alla sicurezza urbana, nonché alla gestione delle emergenze e alla prevenzione predittiva dei reati. Per Leone XIV, la decisione ultima deve rimanere all'uomo, col rifiuto dell'alienazione algoritmica nelle decisioni di vita o di morte, mentre per Palantir dev'essere delegata alla macchina per garantire velocità e superiorità strategica rispetto al nemico. Il primo vede nei dati e nella privacy delle “infrastrutture morali”, come tali patrimonio collettivo protetto dalla dignità umana, mentre il secondo li giudica il “combustibile della sovranità", con la sorveglianza interna necessaria a prevenire l'instabilità. Nell'etica aziendale, infine, il Pontefice plaude a chi dice “No” a contratti bellici per quanto lucrosi possano essere, come fatto da Anthropic col suo modello Claude, mentre Palantir accusa di tradimento chi rifiuta la “collaborazione patriottica” con la Difesa e il Pentagono.
Quel che pare delinearsi, sempre più andando avanti di questo passo, è uno scontro tra due poli dediti ad una battaglia culturale e politica che segnerà i prossimi decenni. Da un lato, la visione vaticana, che cerca disperatamente di salvare lo spazio della coscienza, del dubbio e dell'empatia umana di fronte alla freddezza dei metodi di calcolo; dall'altro, la tecnosetta di Palantir, che considera l'Umanesimo una sorta di teatrale lusso che l'Occidente non può più permettersi. In definitiva, da una parte si rivendica la centralità dell'Uomo nel mondo, dall'altra la sua sottomissione ad una nuova e non del tutto passeggera forma di “tecnolatria”.