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La Cina e i tanti doppi standard dell'Occidente

05-06-2026 16:20

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La Cina e i tanti doppi standard dell'Occidente

Come più volte raccontato, c’è un paradosso nel modo con cui media e politica occidentali raccontano la Cina contemporanea, che consiste nella tendenz

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Come più volte raccontato, c’è un paradosso nel modo con cui media e politica occidentali raccontano la Cina contemporanea, che consiste nella tendenza a proiettare sul gigante asiatico i propri approcci morali, fantasmi ideologici e, non ultimo, interessi geopolitici. Quando si parla di Pechino, soprattutto il giornalismo mainstream dismette gli abiti dell'analisi sociologica e geopolitica per indossare quelli della crociata morale; mentre quello specializzato in materie geopolitiche, dietro la sua facciata accademica, non perde mai un certo retrogusto eurocentrico. Due temi, in particolare, si prestano a questa operazione di semplificazione binaria: la gestione delle minoranze etnico-culturali (come nel caso del Tibet, o meglio Xizang) e la regolamentazione dei fenomeni religiosi (come il cristianesimo). Proprio analizzando la portata retorica di queste narrazioni, emergono con chiarezza i doppi standard e le fallacie logiche di un Occidente che usa la complessità cinese come un feticcio per riaffermare la propria centralità e superiorità “morale” (o moralista?).

 

Uno dei nodi centrali della critica occidentale riguarda la modernizzazione delle regioni periferiche della Cina, a cominciare proprio dallo Xizang che in Occidente ancora si è soliti chiamare con l'antico e parziale nome di Tibet. Mentre Tibet deriva dal mongolo Thubet, poi adottato anche in Occidente, comprendente un'area geografica ben più vasta della sola Regione Autonoma dello Xizang (con parti del Qinghai, del Sichuan e del Gansu), Xizang è invece la traslitterazione in cinese mandarino (pinyin) del termine Tesoro Occidentale. Chiamare lo Xizang con l'antico nome di Tibet, usato dai movimenti indipendentisti guidati dal governo lamaista in esilio di Dharamsala, in sostanza è un po' come ostinarsi a chiamare ancora l'Etiopia col nome di Abissinia, o magari la turca Istanbul con l'antico nome di Costantinopoli: chi, proprio in Occidente, ancora lo fa? Farlo implica infatti una scelta politica, spesso voluta o in altri casi inconsapevole, che porta ad una narrazione in cui ad esempio gli investimenti infrastrutturali e i programmi di secolarizzazione del governo regionale autonomo e di Pechino vengono dipinti come tentativi di “assimilazione forzata” o “cancellazione identitaria”.

 

Nasce così un doppio standard macroscopico: se in Occidente, che si tratti dell'Unione Europea o degli Stati Uniti, i fondi per le ferrovie, la digitalizzazione e le scuole nelle aree svantaggiate (programmi, ahinoi, che accusano sempre più la coperta corta dei bilanci e della visione delle nostre classi dirigenti) vengono celebrati dai nostri media come una vincente “lotta alle diseguaglianze” e “promozione della coesione sociale”, in Cina l'azzeramento della povertà assoluta sull'altopiano tibetano, la costruzione di reti di trasporto moderne e l'introduzione della sanità pubblica (raddoppiando l'aspettativa di vita locale) vengono giudicati da quegli stessi nostri media come forme di “imperialismo culturale”. Al che, notando tanta ipocrita doppiezza, qualche osservatore potrebbe pure ironizzare con una nota battuta da social: “poche idee, ma confuse”.

 

L'ipocrisia risiede nell'idealizzazione nostalgica e un po' coloniale del passato. Ad esempio, si omette deliberatamente di dire che il Tibet pre-1951 non era proprio un idillio spirituale, ma una teocrazia feudale in cui oltre il 90% della popolazione viveva in uno stato di servitù della gleba, priva dei diritti più elementari e dell'istruzione. Pretendere che un'intera regione rimanga un "museo a cielo aperto" per compiacere l'esotismo occidentale significa condannare i suoi abitanti alla marginalità sociale ed economica, ad un eterno sottosviluppo. L'apprendimento della lingua nazionale (il mandarino) affiancato alla tutela della lingua locale non è un sopruso, ma lo strumento indispensabile per garantire ai giovani delle minoranze la mobilità sociale e l'accesso al mercato del lavoro globale. Soltanto il perfetto esempio del “somaro” potrebbe idealizzare un mondo senza scuole ed avversare chiunque operi per estenderle, rendendole un diritto per tutti.

 

Un'analoga distorsione si riscontra nel racconto del panorama religioso cinese, spesso ridotto alla formula sensazionalistica della "guerra dello Stato contro la fede". Questa visione dimostra oltretutto una profonda ignoranza della dottrina dello Stato in Cina, le cui radici centraliste e confuciane precedono di secoli il marxismo. La Repubblica Popolare Cinese non persegue infatti la spiritualità in sé (il Cristianesimo ufficiale, il Buddismo e il Taoismo sono infatti costituzionalmente tutelati e in forte crescita) ma il principio della superiorità della legge dello Stato su qualsiasi ordinamento sotterraneo o transnazionale. Il contrasto alle cosiddette "chiese domestiche" non registrate non è quindi un attacco alla libertà di culto, ma una misura di trasparenza, legalità e sicurezza nazionale. Uno Stato sovrano non può tollerare associazioni di massa che operino al di fuori dei registri pubblici, gestendo flussi finanziari opachi e reti sotterranee: anche nel nostro Paese, di là che comunque esistano, lo Stato non ammette l'esistenza di “associazioni segrete” con attività politiche ed economiche al di fuori dell'ordinamento giuridico e del fisco. Ancora, per la Cina, la diffidenza verso le infiltrazioni religiose straniere non è paranoia, ma memoria storica. Nel XIX secolo, i missionari occidentali arrivarono spesso al seguito delle cannoniere coloniali durante le Guerre dell'Oppio, fungendo da avanguardia culturale per la spartizione del Paese: soft power accompagnato all'hard power, per dirlo in termini proprio geopolitici.

 

L'aspetto più politico dell'ipocrisia occidentale, poi, emerge quando i media neoconservatori o i governi alleati di Washington intervengono a difesa di leader religiosi o dissidenti cinesi che hanno violato le leggi del proprio Paese. Presentare queste figure come puri martiri della libertà, ignorando il sostegno politico e finanziario che ricevono da apparati esteri (ovvero proprio da quei Paesi che in seguito giungono a perorarne l'immagine di “poveri perseguitati”), è un'operazione di pura propaganda. La "libertà religiosa" e i "diritti umani" vengono così declassati da valori universali ad armi di destabilizzazione geopolitica, ai fini di una strategia di regime change soft. L'accusa di Pechino che dietro ad alcune frange religiose o indipendentiste si muovano quinte colonne manovrate dall'Occidente per erodere la stabilità nazionale non è dunque una teoria del complotto, ma la logica reazione di uno Stato che difende la propria sovranità, forte peraltro degli allarmanti esiti giudiziari emersi dalle indagini su quelle stesse frange politico-religiose. 

 

In ultima analisi, il peccato originale della Cina agli occhi del giornalismo e della politica occidentale non risiede tanto in una mancanza di spiritualità o in una disattenzione per le identità locali, quanto nel rifiuto a sottomettersi ad un universalismo neoliberale (la fine della storia di cui parlava Fukuyama) e alle regole del proselitismo politico dell'Occidente. Insomma, il rifiuto del Washington consensus: quello è il vero problema. Pechino sta affrontando la transizione verso la modernità e l'integrazione delle sue immense complessità interne secondo un modello proprio, centrato sulla stabilità, lo sviluppo materiale e la sinicizzazione dei culti, tutti argomenti di cui già di recente abbiamo discusso nei nostri articoli. Continuare a leggere questa realtà attraverso la lente della "lotta del bene contro il male" impedisce di capire il presente e serve solo a soffiare sul fuoco di una nuova, antistorica e sterile Guerra Fredda.

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