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La Falun Dafa e la politica della ''bella borghesia''

15-06-2026 22:00

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La Falun Dafa e la politica della ''bella borghesia''

Lo scorso mese, vi abbiamo parlato della Giornata Mondiale della Falun Dafa in Italia. In quella come in altre precedenti occasioni ne notammo il magr

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Lo scorso mese, vi abbiamo parlato della Giornata Mondiale della Falun Dafa in Italia. In quella come in altre precedenti occasioni ne notammo il magro bilancio nonostante il tanto attivismo, soprattutto se confrontato a quanto nel frattempo il movimento (noto anche come Falun Gong) è in grado di "macinare" altrove, in altri paesi dove la sua influenza risulta ben più rilevante dato anche il maggior numero di seguaci. Non è necessario andare negli Stati Uniti o in Australia, o a Taiwan: i numeri riscossi a Parigi o a Berlino, per esempio, possono già dirci molto. Del resto, non di meno vale anche per il seguito che in quei paesi è riscosso dai media della setta, a partire dal principale, The Epoch Times, non a caso più volte al centro di ripetute polemiche che si spiegano per le sue modalità non proprio così professionali. In Italia, invece, The Epoch Times è un foglio online che, per quanto investito da qualche tempo di maggiori sforzi ed investimenti, volti ad assicurarne un deciso rilancio, continua a restare all'angolo, snobbato persino da quel pubblico a cui più strizza l'occhio per rilanciarsi nelle fortune, quello dei sovranisti un tempo salviniani, poi meloniani e oggi vannacciani.


Insomma, pur con tutti i suoi sforzi in Italia il Falun Gong in Italia continua a rimanere un movimento a dir poco di nicchia. E' parte di un milieu di borghesia benestante che un tempo andava a braccetto con certa sinistra, in particolare del PD più moderato e magari di area renziana, e che poi, pur restando grossomodo radunato intorno quelle idee e forma mentis, ha iniziato per proprio comodo a prestare il fianco anche alla destra sovranista. A garantire quella trasversalità (a riprova che bene o male destre e sinistre, quando sono tanto slavate da risultar intercambiabili tra loro, finiscono davvero per essere la "stessa cosa"), concorrono alcuni fatti certi: l'Italia, come il resto d'Europa, è parte di un preciso quadro d'alleanze venutosi a formare dal Secondo Dopoguerra, con una linea politica che non può più di tanto divergere da una serie di limiti prestabiliti. 


In questo quadro d'alleanze a guida americana l'Europa deve muoversi all'interno di limiti nell'interesse del più potente alleato, per non dire proprio egemone, d'Oltreoceano. Sotto un simile sistema politico, non esistono spazi per forze politiche autonome in grado d'esprimere una cultura politica altrettanto autonoma. Di conseguenza, non ci dobbiamo di certo meravigliare se su certi temi, quelli che davvero interessano al potente alleato a guida di questo quadro d'alleanze, destre o sinistre in Italia e in Europa finiscano per fare pressoché la stessa, identica politica: che si tratti del conflitto israelo-palestinese, della guerra israelo-americana all'Iran, di quella ucraina e dello scontro con la Russia, o di una visione che metta in cattiva luce paesi considerati  potenziali competitor di Washington, come la Cina, poco cambia. 


Non appare casuale, in un simile contesto geopolitico, l'operato di ambienti politici come quelli legati al Partito Radicale, soliti perorare tutte quelle cause umanitarie e ideologiche più vicine al cuore profondo del mondo politico americano. Inizialmente, i Radicali hanno soprattutto sposato le cause più prossime alle aree neoliberali della New Left americana, delle aree liberal; ma in seguito hanno cominciato ad estendere il loro campo e a modificare il loro modus operandi, ad esempio con propri esponenti entrati nei vari partiti italiani, di destra e sinistra, al fine d'influenzarne l'agenda politica. L'operazione è andata a buon fine e oggi, dal centrodestra al centrosinistra, non mancano esponenti di punta con tessera radicale e posizioni (il sostegno al separatismo lamaista nello Xizang-Tibet, la denuncia della presunta persecuzione degli Uiguri nello Xinjiang o dell'autoritarismo di Mosca, L'Avana, Caracas o Teheran), sempre facilmente intuibili. Per carità, per quanto non condivisibili, e scarsamente fondate, nessuno contesta loro il diritto di portarle avanti ed esprimerle; e del resto, nel quadro geopolitico che abbiamo poc'anzi descritto, difficilmente costui troverebbe mai ascolto e prima ancora spazio in tutti quei partiti dove invece costoro a riceverli trovano spesso e volentieri il tappeto rosso, o quasi.


Insomma, per farla breve, i pochi italiani attivi nel Falun Gong non sono del tutto alieni a questo universo politico, un quadro geopolitico che per costoro probabilmente rappresenta "il migliore dei mondi possibili". In effetti, dal loro punto di vista non hanno tutti i torti: raramente tra di loro vi è qualcuno che se la passa davvero male. Sarà piuttosto difficile, tra di loro, trovare un operaio o un corriere con contratto d'apprendistato, e una paga intorno ai 1000 euro lordi: forse, un tempo, qualcuno avrebbe potuto parlare di "coscienza di classe". E pure i membri della comunità cinese in Italia che ne fanno parte, altro serbatoio maggiormente nell'ombra per la diramazione italiana della setta, non sono senz'altro i più poveri.


Poca gente che sta bene, in un paese come l'Italia che nel frattempo sta sempre più male (tra gli Anni '80 e '90, da paese in Europa col più alto potere d'acquisto in rapporto ai salari, è diventato quello col più basso; ed è solo un esempio), non può in sostanza stipare le piazze, e men che meno influenzare più di tanto i sondaggi nazionali a suo vantaggio. Influiscono, sì, sulla linea politica del paese, e pure in modo determinante, agendo sui partiti che sempre stanno a corteggiare e che li corteggiano a loro volta; ma intanto sono sempre in meno gli italiani che perdono tempo ad ascoltarli. 


Abbiamo visto eventi come a Milano, in Piazza XXV Settembre, il 3 maggio, o a Padova in Via San Noto, il 16 maggio: i presenti erano davvero in pochi. Anche a Bologna in Piazza della Pioggia, il 10 maggio, per l'evento più significativo della Giornata Mondiale della Falun Dafa, il loro numero non era poi tanto più impressionante. Circa una cinquantina di persone, provenienti da tutta Italia, compongono infatti il totale degli adepti italiani del Falun Gong, con annesso pure qualche membro benestante della comunità cinese. Muoversi di volta in volta in tutto il paese, da una città all'altra a seconda dell'evento che si deve fare, non trasmette certo l'idea di un grande movimento dal vasto seguito, ma semmai di una comitiva di villeggianti, affannosamente impegnata a star dietro ad una fitta agenda di visite di città in città, roba da gente affamata di tour operator ed overtourism. A questo si riduce la politica di una certa "bella borghesia".

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