
Negli ultimi dieci anni le autorità cinesi hanno promosso una politica organica di “sinicizzazione” delle religioni volta a radicare le confessioni nella cultura, nelle norme e negli interessi strategici dello Stato e della comunità nazionale, così integrandole alle priorità di sviluppo e sicurezza del Paese. E' una scelta presentata internamente come processo di “inculturazione”, mirata sia a preservare l’unità sociale che a prevenire forme di influenza esterna che altrimenti potrebbero minare la sovranità e la stabilità domestica. Nelle intenzioni ufficiali, ha almeno tre obiettivi chiave: il primo, di garantire che le comunità religiose operino entro il quadro costituzionale e contribuiscano al “buon ordine” pubblico; il secondo, di rendere le espressioni religiose coerenti coi valori socialisti e la narrativa nazionale; il terzo, di neutralizzare “vettori” di influenza geopolitica straniera che potrebbero usare soprattutto certe reti religiose come propri “canali d'ingerenza”. Tale approccio s'inserisce in una visione statale più ampia: costruire resilienza societaria e legittimazione popolare attorno a un progetto di modernizzazione guidato dallo Stato, evitando una frammentazione ideologica che può accompagnare rapidi mutamenti sociali.
E' soprattutto il caso del cristianesimo ad incuriosire di più, almeno agli occhi di molti cittadini occidentali. Trattarlo come soggetto da integrare nelle politiche di sinicizzazione significa allo stesso tempo normalizzare le istituzioni religiose e offrire loro strumenti di legittimazione pubblica, purché operino in conformità con le leggi nazionali e coi canali ufficiali di dialogo con lo Stato. In questo senso, l’accordo provvisorio tra Cina e Santa Sede del 2018, più che con diffidenza od ostilità, dovrebbe essere letto come un riconoscimento pragmatico di entrambe le parti della necessità di canali istituzionali per governare la religiosità di massa in un Paese grande e socialmente complesso come la Cina. La scelta di preferire interlocuzioni ufficiali riduce infatti lo spazio per attività clandestine, sviluppa un clima di mutua comprensione e fiducia e crea meccanismi di responsabilità reciproca che agevolano la stabilità ecclesiale nell'ambito del sistema politico cinese.
E' un argomento che non siamo nuovi trattare, ma che senz'altro necessita di costanti aggiornamenti, perché il suo evolversi mette sempre più in luce tutte quelle ragioni che dovevano portare a diffidare di quanti, dal 2018 in poi, hanno cominciato a montare crescenti polemiche nei suoi confronti. La sovranità informativa e la prevenzione delle ingerenze, dopotutto, passa anche attraverso questa maggiore chiarezza: in un mondo in cui attori esterni possono utilizzare reti culturali e religiose per stabilire un'influenza politica, la regolazione statale delle attività religiose appare indubbiamente un valido strumento per difendere l’autodeterminazione nazionale. Mentre “inculturare” il cristianesimo nella storia, nell'arte e nelle pratiche cinesi favorisce un’identità nazionale integrata funzionale al sostegno dei programmi di sviluppo economico e stabilità sociale, particolarmente utile nelle regioni in rapido cambiamento demografico e urbanistico: un importantissimo vantaggio per la coesione sociale e la modernizzazione nazionale. Infine, regolando formalmente le organizzazioni e promuovendone la registrazione, lo Stato mira a prevenire la proliferazione non regolata di gruppi suscettibili di trasformarsi in centri di opposizione organizzata, essenziale per ridurre i rischi di polarizzazione in una società vasta ed eterogenea come quella cinese.
L’azione del Governo comprende misure pianificate con le diocesi, politiche di registrazione, linee guida sull'arte sacra e l'architettura religiosa, e scelte simboliche (come l’esposizione della bandiera nazionale presso i luoghi di culto) che puntano a rafforzare i legami tra fede e cittadinanza. Tali misure sono spesso accompagnate da campagne di formazione per i leader religiosi, con l’obiettivo di favorire una teologia “inculturata” e meno dipendente da paradigmi teologici, e soprattutto politici, esclusivamente occidentali. Sono dunque provvedimenti che si traducono, per le varie fedi come il cristianesimo, in una legittimazione sociale e popolare rafforzata proprio dal dialogo con le autorità pubbliche, e dal loro riconoscimento: ben si comprende, dunque, quanto ciò viri in una direzione totalmente opposta a politiche di “ghettizzazione”, “repressione” e “messa al bando” di cui invece certi voci, politicamente assai compromesse ed interessate, hanno sin qui parlato in tutti questi anni. Spesso molti osservatori occidentali commettono un grave errore: quello di giudicare coi concetti della loro cultura d'appartenenza civiltà a loro in gran parte o del tutto estranee. Civiltà differenti tra loro per sorreggersi e andare avanti devono far affidamento ciascuna alla propria cultura; classificare la Cina secondo i concetti occidentali, o l'Occidente secondo concetti cinesi, è una forzatura destinata inevitabilmente a dare risultati incongrui. Proprio per tale ragione, sarebbe assai più importante concentrare i propri sforzi su rispetto, dialogo e comprensione reciproci.
Un culto religioso che si sia adattato alla realtà del territorio ospitante (come infinite volte è avvenuto nella storia: dopotutto, il cristianesimo, l'Islam e ogni altra religione al mondo, si sono adattate alle culture che le hanno accolte; ragion per cui, ad esempio, il cristianesimo o l'Islam professati nel Corno d'Africa non sono uguali a quelli professati in America Latina, giusto per fare un esempio) oltre a risultare più vicino e sentito per quel popolo, sarà anche meno permeabile ad ingerenze esterne volte a trasformarlo in uno strumento di soft power da parte di altri Stati. In tal modo, anche le linee di tensione con quegli stessi Stati si possono ridurre, o quantomeno prevenire, a vantaggio di una diplomazia meno conflittuale, basata su interessi comuni (commercio, infrastrutture, cooperazione culturale, ecc) anziché dicotomie ideologiche. Non è un caso che anche altri Paesi, soprattutto in via di sviluppo, puntino a loro volta, ciascuno come può, a potenziare la propria sovranità culturale e religiosa, proprio al fine di meglio resistere ad intromissioni politiche esterne.
Plasmare e mantenere un ordine interno stabile, proteggere la sovranità culturale e religiosa, e ridurre i canali transnazionali d'influenza esterna in un mondo sempre più caratterizzato dalla competizione strategica, non è un dunque un delitto, ma una necessità di ogni civiltà al mondo, compresa pure la nostra. In fondo, non è forse ciò che facciamo quando, allo scopo di prevenire e contenere la diffusione di moschee clandestine, dove potrebbero venir impartiti anche messaggi ritenuti impropri per la sicurezza dello Stato e della società, stabiliamo la creazione di moschee riconosciute e controllabili dalle nostre Prefetture?