
Dialog, una rete privata e su invito fondata da Peter Thiel e Auren Hoffman nel 2006, è di recente salita agli onori della ribalta dopo una strana fuga di documenti che i suoi fondatori difficilmente avranno accolto come una positiva novità. Il suo database è infatti rimasto online, dando ad alcune figure come la ricercatrice ed attivista Maia Arson Crimew d'acquisirlo diffondendone pubblicamente i materiali, confermati da Wired. Dalla vasta documentazione disponibile, è emersa l'idea di una sorta di forum riservato a personalità delle élite politiche e finanziarie, della tecnologia e della sicurezza, con discussioni su guerra, tecnologia bellica, nucleare, IA, relazioni personali e persino “come costruire una setta”!
Per due decenni Dialog ha incarnato una delle forme più opache del potere contemporaneo, strutturandosi come rete riservata e su invito, e soprattutto nell'orbita di Peter Thiel, fondatore di Palantir e tra le massime figure del capitalismo tecnologico americano. Qualcuno ricorderà le recenti questioni relative al manifesto di Palantir, con le sue opinabili visioni strategiche “tecno-neocon”, quasi in odor di delirio d'onnipotenza. Il club di Dialog non aveva un sito pubblico, non pubblicava le liste dei suoi membri e non rivelava quasi nulla delle sue attività; proprio questa segretezza l'ha reso oggetto di paragoni con altre realtà di non facile decifrazione come ad esempio il gruppo Bilderberg, ma anche di sospetti ancora più profondi, dato che il suo ambiente mescola politici eletti, miliardari, alti ufficiali, capitalisti di ventura ed alti dirigenti delle Big Tech. Tuttavia, erano solo sospetti. Il momento in cui sono divenuti certezza è giunto con la fuga di notizie che ne ha esposto la reale natura: non un salotto privato per attempati gentiluomini in marsina, abito ormai fuori moda da un secolo o quasi, e nemmeno un circolo della bocciofila, ma un'infrastruttura sociale finalizzata a mettere in contatto persone che s'occupano di snodi strategici della politica e dell'economia globale.
Dalle indiscrezioni filtrate è emersa una doppia funzione. La prima di genere relazionale, tesa a creare uno spazio esclusivo per costruire fiducia, scambiare idee e tessere legami informali tra persone che normalmente s'incontrerebbero solo in contesti istituzionali o di mercato; e la seconda di carattere strategico, tesa a consentire a figure dal forte potere decisionale di discutere di temi ad altissimo impatto, come guerra, difesa, tecnologia dual use, AI, energia e stabilità politica, senza “problemi” di trasparenza, controllo pubblico e dovere di render conto del proprio operato. In sostanza, una sorta di massoneria o se preferiamo “tecno-massoneria”. Ad inquietare i più, il fatto che tra gli argomenti comparissero temi come “World War III”, tecnologie sul campo di battaglia o ancora il già menzionato “come costruire una setta”. Il richiamo al manifesto programmatico di Palantir, che di recente abbiamo affrontato tracciandone proprio la natura settaria, dà l'idea che negli ambienti animati da Thiel la necessità di dar vita ad un “tecno-culto” fosse particolarmente avvertita. Di sicuro, gli argomenti trattati non erano propri di un giro di personalità interessato solo al presente, ma anche e soprattutto alla modellazione del futuro politico e culturale.
In effetti, sul piano ideologico Dialog riflette la visione “thieliana” di una élite ristretta che punta a progettare il futuro anziché limitarsi a subirlo, una logica tipica dei circoli tecnologici libertari e post-liberali che vedono nelle istituzioni pubbliche un freno più che una garanzia. Sul piano politico, invece, il club sembra offrire una zona di contatto fra destra tecnologica, apparati di sicurezza ed istituzioni statali, esattamente nel momento in cui i confini fra mercato, intelligence e governance diventano più porosi. Sul piano sociale, infine, risponde anche ad un certo bisogno di status: partecipare a Dialog significa entrare in una cerchia selezionata, con criteri di accesso che, stando alle fughe di dati, includevano persino sistemi interni di punteggio basati su ricchezza, fama e riconoscibilità. Entrare in Dialog, in pratica, rappresentava per i suoi membri una forma di riconoscimento del loro essere non più soltanto socialmente “arrivati”, ma persino riconosciuti come “eletti”, inseriti in un ristretto ed esclusivo potentato che s'era intestato l'ambizione di cambiare le sorti del mondo. Abbiamo or ora usato l'imperfetto con la convinzione di non aver fatto la scelta migliore, giacché non v'è dubbio che una struttura come Dialog sia tuttora attiva: l'incidente avvenuto, la fuga di documenti, da una parte ha ricordato ai suoi membri ed animatori la violabilità di piattaforme informatiche all'apparenza inattaccabili, ma al contempo ha pure insegnato a far ricorso ad un'ancor più stretta segretezza.
Secondo WIRED, il punto di svolta è stato infatti l’accesso ad un archivio online rimasto esposto nel codice del sito di Dialog, senza adeguate protezioni; la scoperta iniziale è stata poi rilanciata da Maia Arson Crimew, che ha segnalato il materiale consentendone la verifica giornalistica. La fuga di notizie ha così aperto la strada ad una ricostruzione più ampia, come ad esempio l'elenco di registranti per il ritiro del 2026 vicino a Dublino, i dati di contatto, le preferenze politiche e personali, i contatti di emergenza, le note logistiche e i criteri di classificazione degli invitati. Non ci sono dunque state “soffiate” politiche, ma solo una falla di sicurezza davvero molto banale e compromettente per un club che aveva fatto della riservatezza e del culto dell'alta tecnologia il proprio capitale simbolico. A favorirlo, probabilmente, una combinazione di hybris e scarsa “igiene” digitale: da un lato, l’idea d'essere così privati da non avere bisogno di una protezione robusta, e dall’altro, la possibile sottovalutazione del fatto che siti e database, anche se invisibili al pubblico, possono comunque lasciare tracce facilmente indicizzabili o recuperabili da chi sappia cercarle. Infine, un fattore strutturale: più una rete sociale è composta da persone potenti, più aumenta il valore dell’informazione contenuta nei suoi archivi, e così più cresce l’incentivo, a fini tecnici, giornalistici od attivistici, a farla emergere. Che dire? Sicuramente d'ora in poi gli uomini di Dialog e Palantir blinderanno maggiormente i loro server, e non soltanto quelli.
Di là dalle ricostruzioni e dalle speculazioni, la vicenda di Dialog ha comunque importanza poiché testimonia una trasformazione più ampia, propria dei nostri tempi, come il passaggio da lobbies e think tank relativamente “trasparenti” a club ibridi, a metà strada tra reti sociali chiuse, seminari geopolitici ed infrastrutture per il lavoro relazionale, riservati ad élites con un potere reale. Di là dal totale numero e dalla completa identità dei partecipanti, su cui ancora molti sono e resteranno i dubbi, conta la cultura del potere che ne è teatro, con la politica a parlare con la tecnologia, la tecnologia con la difesa, la finanza con l'intelligence, e fuori dal perimetro del dibattito pubblico. Non una semplice fuga di notizie provocata dalla sciatteria, dunque, ma una finestra su come oggi s'organizza una parte del potere occidentale.