
Sul finire del 2024 emersero le prime indiscrezioni su un piano per sostituire l'UNRWA con società private di sicurezza, incontrando lo scetticismo di molti analisti. Eppure, per quanto sensati fossero i loro dubbi, quel piano è poi almeno in parte riuscito, centrando il fine d'affidare la distribuzione di cibo e medicine a contractors (mercenari, né più e ne meno) americani ed israeliani. Non solo il piano è stato realizzato, ma per suo mezzo anche la geografia politica della Striscia è cambiata, con risultati ben lontani dal poterci suggerire l'idea di migliorate condizioni di vita, ed ancor meno di una sopraggiunta pace. Tuttavia, quel piano è poi collassato, sotto il peso delle sue stesse contraddizioni. Non ci riferiamo dunque al solo Piano di Pace tra Hamas ed Israele proposto da Trump, ma ad un progetto che dettagliatamente ne ha preparato il terreno e che lo precede, nell'avvio, di diversi mesi; che l'uno e l'altro siano oggi sostanzialmente falliti, nel complice silenzio dei mass media, non deve ovviamente sorprendere nessuno.
A febbraio, mentre il governo israeliano notificava formalmente il bando totale dell'UNRWA dai territori occupati, a Washington e Tel Aviv veniva infatti inaugurata con molta discrezione la Gaza Humanitarian Foundation (GHF). Presentata come un'alternativa “efficiente e neutrale” alle agenzie ONU, la GHF non era una ONG, ma un consorzio finanziato da donatori privati legati alla destra evangelica americana, vicini a Trump, sostenuto logisticamente dall'IDF. Il modello operativo ricalcava precisamente quanto proposto dalla Global Delivery Company (GDC) dell'imprenditore israeliano Mordechai Kahana, basato su una logistica militarizzata (camion in mano a personale non umanitario, scortati da contractors privati come ex militari USA, UK e curdi) e sistemi di biometria per il pane (per accedere agli aiuti, i civili palestinesi dovevano registrarsi ad appositi database gestiti da società tecnologiche private, fornendo i loro dati biometrici in cambio delle razioni). La “disumanizzazione” del meccanismo degli aiuti, e l'uso delle moderne tecnologie per identificare gli abitanti della Striscia così da facilitarne future identificazioni a fini punitivi (la rinuncia, in cambio del pane, alla lotta e alle proprie rivendicazioni, prima tra tutte uno Stato palestinese), non suggerivano certo sviluppi positivi per la regione.
A partecipare al piano non mancavano poi neanche altre sigle evangeliche ancora, come ad esempio la Samaritan's Purse e The Joshua Fund, il cui operato nella Striscia sembra tra l'altro destinato a conoscere un forte ampliamento stante il “ritiro riorganizzativo” nel frattempo previsto per la GHF. A guidare quest'ultima, era stata scelta una figura ”carismatica" come il Rev. Johnnie Moore, nominato Executive Chairman il 3 giugno: pastore evangelico, esperto di pubbliche relazioni e soprattutto alleato chiave di Trump, su quest'ultimo ha sempre giocato un fortissimo ascendente, per niente sgradito ai vertici israeliani che lo giudicano un loro significativo alleato nella politica americana. Moore è stato tra i membri del “consiglio evangelico” informale che nel primo mandato (2017-2021) ha condotto le preghiere nello Studio Ovale e promosso il trasferimento dell'ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme, col suo riconoscimento a capitale di Israele. Di Israele è un fortissimo sostenitore, dati anche i rapporti personali piuttosto stretti con Netanyahu, e portatore di una linea di “sionismo cristiano” secondo cui “chi benedice Israele sarà benedetto” (Genesi, 12:3). Con un simile curriculum, non colpisce che Moore abbia pure difeso a spada tratta il Piano di Trump per Gaza come “la Riviera del Medio Oriente”, accusando l'ONU d'ignorare dei “ladri” come Hamas. A precederlo in quel controverso ruolo direttoriale era stato Jake Wood, ex USAID, che il 25 maggio aveva presentato le sue dimissioni preoccupato dalla mancanza d'indipendenza umanitaria dell'organizzazione.
L'applicazione pratica del piano ha infatti portato alla frammentazione di Gaza in quelle che sono state definite Gated Humanitarian Bubbles, “Bolle Umanitarie Recintate”. Aree come Al-Mawasi e parti di Deir al-Balah sono state circondate da recinzioni e presidiate da guardie private armate, al cui interno la GHF gestiva la distribuzione dei viveri, con un sistema che ha causato due conseguenze devastanti: da una parte il business della protezione (stando a vari rapporti, i contractors hanno presto cominciato a chiedere il pizzo per consentire l'ingresso di beni extra o per assicurare passaggi sicuri tra una zona e l'altra) e dall'altra continui episodi di caos e violenza (privi della legittimità diplomatica data dall'ONU e giudicati dalla popolazione come truppe ausiliarie dell'occupazione, i centri di distribuzione sono divenuti teatro di sommosse, a cui i contractors rispondevano con repressioni brutali, non essendo vincolati dalla stesse regole d'ingaggio degli eserciti regolari). Il Piano di Trump, presentato a settembre, ha tentato d'istituzionalizzare questo caos, elevando la privatizzazione a percorso per una “ricostruzione senza Hamas”. Tuttavia i costi emersi dalle varie stime, comprese le più prudenti, sono risultati esorbitanti, nell'ordine di centinaia di dollari al mese per le sole società di sicurezza, per giunta con un'efficienza meno che minima. Giusto per farsi un'idea, dal governo americano la GHF aveva ricevuto a giugno almeno 30 milioni di dollari, a cui l'USAID ne aveva aggiunti altri 500; molti altri fondi erano poi giunti da donatori minori, grazie a campagne a cui avevano prestato la loro immagine note figure della destra evangelica americana come il Sen. Mike Huckabee, oggi ambasciatore USA in Israele. S'aggiunge poi un vasto corollario di ONG e fondi umanitari legati alla destra religiosa, dediti soprattutto ad attività di lobbismo, che solo nel mese di giugno ha fruttato circa 65 milioni di dollari.
La questione palestinese è stata dunque derubricata da umanitaria e politica a securitaria, e la ricostruzione di Hamas trasformata in occasione di profitto e soft power regionale per la destra evangelica americana filo-israeliana. Ecco perché un piano del genere non poteva persuadere chiunque avesse un po' di cultura degli affari regionali; ma ciò non significa che, per quanto fallimentare, sia stato abiurato o superato. Proprio in questi ultimi giorni è infatti giunta la notizia di nuova trasformazione di questo esperimento, finalizzata a garantirgli sopravvivenza operativa e migliore rivendibilità politica al fronte internazionale. La GHF ha annunciato la cessazione delle operazioni, ufficialmente per “raggiungimento degli obiettivi”, ufficiosamente perché il suo modello era divenuto ancor più insostenibile di quanto non lo fosse già all'esordio. Infatti le compagnie assicurative ormai si rifiutavano di coprire i contractors e gli scandali sulla gestione dei fondi stavano imbarazzando sempre più l'Amministrazione americana, vanificando i suoi già poco fortunati sforzi di presentarsi “forza pacificatrice” nel conflitto israelo-palestinese. Se la “matematica umanitaria” ha ancora un valore, basti pensare che tra giugno e novembre la GHF è costata la vita ad almeno 700 civili palestinesi, stando già alle stime più prudenti rese dallo stesso Senato USA, con denunce da oltre 171 ONG (Save the Children, Oxfam, MSF, Amnesty International, NRC) e accuse dall'ONU di “strumentalizzazione degli aiuti”. Eppure questa presa d'atto dell'insostenibilità del modello rappresentato dalla GHF non è comunque equivalsa in un suo totale abbandono, ma bensì in un travaso in un nuovo contenitore giuridico atto a convincere il “mercato politico” rimasto deluso dal vecchio “prodotto”.
Infatti il vuoto lasciato dai contractors privati, che in ogni caso ben difficilmente andranno via del tutto, non sarà riempito dalle agenzie ONU, a cominciare dall'UNRWA come imporrebbe una sentenza della Corte Internazionale di Giustizia, ma dal Civil-Military Coordination Center (CMCC). La Samaritan's Purse, guidata dal pastore evangelico filo-Trump, Rev. Franklin Graham, la The Joshua Fund o ancora la Christians United for Israel (CUFI, ques'ultima diretta alle vittime israeliane) che finora avevano svolto un ruolo di secondo piano rispetto alla GHF appaiono candidate a divenire le nuovi “menti” di tutto questo sistema, acquisendo un maggior peso politico nella conduzione del controverso Piano di Pace trumpiano. Di fatto, si passa dalla padella alla brace: il CMCC è una struttura a guida diretta del Dipartimento della Difesa USA, con coordinamento israeliano. Non siamo più dinanzi a mercenari privati, ma a una gestione militare diretta degli aiuti da parte di una potenza straniera, sempre scavalcando le agenzie umanitarie internazionali. La responsabilità passa dalle varie SpA all'esercito americano (seppur con un ruolo di “coordinamento” e non di boots on the ground, quantomeno non in prima linea), con l'obiettivo dichiarato di mantenere il controllo capillare sulla popolazione, escludendo ogni autorità palestinese locale ed internazionale sgradita ad Israele. Nel Piano di Pace di Trump, la vecchia GHF travasata nel nuovo contenitore appare presente, ai punti 7 e 8, come strumento per l'aiuto umanitario, atto a coordinare il “comitato tecnico palestinese” per i servizi quotidiani definito nel punto 9, con la baionetta americana a coprirle le spalle. Inoltre supporta la Forza di Stabilizzazione Internazionale (ISF) che, dai punti 1-6 e 19, dovrà demilitarizzare Gaza, distruggendo le infrastrutture di Hamas, mentre figure come i già citati Moore e Hackabee e il resto del fronte evangelico spingono addirittura per una governance dove il dialogo interreligioso costituisca soprattutto un'operazione politica e pubblicitaria a netto favore di Israele.
Così, nel conflitto israelo-palestinese e nei suoi fittizi tentativi di pacificazione, la distribuzione degli aiuti finisce per divenire un'arma politica: la questione palestinese, da problema politico (diritti ed autodeterminazione negate), viene trasformata in problema logistico (come ad esempio spostare sacchi di farina in sicurezza). Fin qui, il tentativo è purtroppo riuscito: l'UNRWA è stata infatti smantellata, non perché inefficiente o “di parte” come sostenuto dai suoi detrattori, ma perché rappresentava una memoria storica e politica dei rifugiati. Al suo posto è sorta una vera e propria “Gaza SpA” retta da mercenari, preludio dell'odierna e più sistemica militarizzazione dell'assistenza. Col diritto umanitario divenuto, a tutti gli effetti, servizio dato in appalto a soggetti ed entità politicamente “amiche” ed occasione per le organizzazioni della destra religiosa di stabilire una loro influenza geopolitica nelle questioni mediorientali.